100 a.C. - I Celti

I Celti sono semplicemente conosciuti come i Barbari o meglio ancora come Galli.
Per i greci “Barbari” erano tutti coloro che non parlavano la loro lingua.
La parola celtico ha origine dal greco “keltai” che gli abitanti della colonia greca di Marsiglia, attribuivano ai membri di queste tribù belligeranti.

Si dice che attorno all’anno 4.000 a.C. esisteva una civiltà denominata Atlantide, che abitava nella zona del Baltico, in particolare nello Jutland e nella bassa Scandinavia. Questa civiltà (racconta Erodoto), era particolarmente progredita. Abile nella costruzione dei templi e negli stadi, aveva una certa esperienza nella navigazione. Una violenta attività sismica  del II millennio a.C. che interessò un vastissimo territorio
andante dal Sinai all’Islanda, fece tramontare tale civiltà.

I discendenti furono costretti a migrare ed ad adattarsi alle nuove realtà territoriali, mischiandosi alle tribù locali. La nuova “razza” divenne la nostra gente celtica, tenutaria dei misteri di Atlantide. Ne sono testimonianza la costruzioni megalitiche ancora oggi visibili: dei Menhir (”pietra lunga”), i Dolmen (”lastra di pietra sovrapposta”), i “Cromlech” (blocchi disposti in cerchio) della Bretagna, dell’Irlanda , del Galles e dell’Inghilterra (Stonehenge) opere di una civiltà megalitica che avrebbe avuto origine e durata plurimillenaria sulle coste dell’Atlantico e sarebbe da collegarsi al mito di Atlantide, di cui riferisce Platone.
Il livello avanzatissimo raggiunto da tale civiltà, le fece trovare una strada verso il mediterraneo. I cosiddetti “popoli del mare” che assalirono l’Egitto intorno al 1150 a.C. ed i Filistei che si insediarono in Palestina.

Altri affermano che a partire dal III millennio a.C., un poderoso flusso migratorio, portò dei popoli provenienti dall’Est a sovrapporsi alle popolazioni ideoeuropee neolitiche. I Celti ne sarebbero una derivazione, insieme agli Indiani, Romani ed Armeni.
La caratterizzante dei popoli indoeuropei era una religione fondata su tre principi: la sovranità, la forza e la fecondità, a cui corrispondono nell’organizzazione sociale l classi dei sacerdoti, guerrieri e contadini.

Ma la prima vera testimonianza si ha nel VIII secolo a.C. quando in Europa ci si avvia all’Eta del Ferro. Nell’Austria Superiore nella città di Hallstatt, dove verrà scoperta un importante necropoli (più di mille sepolture). Tale città sorge in una vallata alpina (”alp” è una parola celtica) ad oltre 1.000 metri di altitudine ricca di salgemma. Il sale era fondamentale per la conservazione dei cibi. In tale città nascono miniere per estrarre tale minerale, si specializza la falegnameria per rinforzare i telai delle galleria, la lavorazione del ferro per la costruzione degli attrezzi, la costruzione di carri a ruota per il trasporto attraverso i sentieri di montagna. Merce di scambio assai pregiata era l’Ambra gialla (una resina fossile) che si trovava nell’Europa Settentrionale, sulle coste, dove si erano insabbiate le foreste di conifere travolte dagli antichi cataclismi. Utilizzata per fabbricare oggetti ornamentali (gioielli, amuleti…), acquistò un valore paragonabile a quello dell’oro e venne pertanto utilizzata anche come mezzo di scambio.

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E’ assai probabile che i centri della cultura di Hallstatt costituissero dei poli di smistamento commerciale: delegazioni mercantili delle regioni artiche vi giungevano con pelli di animali ed ambra e tornavano al Nord con manufatti di ferro e con il sale; mercanti greci ed etruschi vi prelevavano l’ambra ed il sale, portandovi i prodotti tipici del Sud. Uno dei quattro percorsi più importanti (detti “le vie dell’ambra”) portava alla colonia greca di “Massaia” (l’attuale Marsiglia), da cui la nascita del nome Keltai, ad indicare l’etnia celtica.

E’ estremamente difficile risalire alla storia dei celti poiché essa era una civiltà rurale, stanziata in una fitta rete di villaggi collegati fra di loro, pochi erano i grandi centri urbani. Inoltre non esistono fonti scritte celtiche poiché, per divieto religioso, non si poteva utilizzare la scrittura per tutto ciò che non avesse attinenza con il sacro.

Restano le testimonianze tramandate dai bardi, ovvero dei poeti celti abili nell’improvvisare versi sulla gesta dei loro signori ed eroi.

Nel 300 a.C. Platone definisce i celti come una popolazione bellicosa e smodata nel consumo del vino, mentre Aristotele (nelle opere Politica e l’Etica) descrive il coraggio sul campo e la disciplina, tacciandoli tuttavia di scarsa intelligenza. Posidonio (100 a.C.) definisce il popolo celtico, coraggioso e franco, ma facilmente suscettibile, appassionato degli ornamenti e degli onori, amante dei convivi sontuosi.

Nella seconda metà del V secolo a.C. alcune tribù celtiche varcarono i passi alpini e scesero in Italia. Gli Insubri, i Leponzi e i Cenomani trovarono la loro sede a nord del Po, i Boi, i Lingoni ed i Senoni varcarono il fiume suddetto, conquistarono città etrusche e si espansero in tutta l’Emilia e lungo la costa adriatica. Solo i liguri ed i veneti riuscirono ad arginare l’invasione celtica anche se, con il tempo, si fusero con essi facendo nascere i Celtoliguri in Piemonte e Liguria

Nel 390 a.C. i Senoni, guidati da Brenno, assediarono la città di Chiusi riportando una schiacciante vittoria il 18 luglio del 390 a.C. conto le legioni romane. Roma rimase indifesa. Solo il Campidoglio (grazie all’allarme lanciato dalle famose oche) resistette a Brenno. Per impedire che gli invasori incendiassero la città, i romani furono costretti all’umiliante riscatto di mille libre d’oro. Un esercito di soccorso guidato dal dittatore Camillo riuscì a liberare la città.

Ma non tutti i celti combattevano contro i romani, alcuni erano loro alleati, poiché molti guerrieri celti si mettevano al servizio di chi offriva loro denaro.

Ciò che risulta interessante sottolineare, è la collaborazione che si creò tra i primi coloni celti e le successive ondate migratorie, che si susseguirono fino a tutto il IV secolo. La comunanza di usi, costumi, lingua e culti religiosi, non fece altro che cementare accordi ed unioni fra le diverse nazioni celtiche che si ritrovarono a fronteggiare unite prima gli Etruschi poi gli Umbri, Veneti ed infine la potenza espansionistica di Roma. Le popolazioni celtiche riuscirono, quindi, per due secoli a radicarsi sul territorio dell’intera penisola italica, vivendo a contatto con le genti autoctone, integrandosi con successo e lasciando tracce indelebili che sono tutt’oggi riscontrabili nella cultura e negli usi di tutta la pianura Padana ed in alcuni paesi del centro e nel sud. Il destino dei Galli cisalpini si decise però, allorquando questi ultimi legarono la propria sorte allo svolgimento dei conflitti punici che videro Roma opporsi alla nascente potenza militare di Cartagine. I celti si schierarono con quest’ultima fin dal 263, contribuendo in modo determinante all’impresa di Annibale iniziata nel 221 con la campagna di Spagna e culminata nel 218 con a Canne. Fu con lo scontro di Talamone ( 225a.C.) e di Clastidium ( Casteggio, 222 a.C.) che il sogno della grande Gallia Cisalpina unita, terminò definitivamente.

Già dal 243 i Celti della Pianura Padana avevano cercato, forse per una sorte di premonizione, l’appoggio dei fratelli d’oltralpe nel tentativo di opporsi in modo solidale alla minaccia espansionistica romana. Le soliti liti e faide interne impedirono che l’alleanza, che forse avrebbe cambiato l’assetto futuro della Storia, si realizzasse…. A Talamone, una coalizione di Insubri, Gesati, Boi e Taurini si immolarono in una gloriosa ma inutile resistenza, troppo presi dal loro ardore per contrastare la gelida efficienza bellica romana.
Poco dopo, a Casteggio, i romani completarono l’opera infliggendo un ennesima cocente sconfitta ai celti, arrivando fino alle porte di Mediolano (Milano) e costringendo gli Insubri a tentare una resistenza disperata fuggendo sulle montagne, per non perire assieme alla loro capitale.

Finiva così un’epoca che aveva visto fronteggiarsi fieramente per duecento anni le due differenti etnie.

Piegati i celti del nord della Gallia Cisalpina, i romani si dedicarono alla disfatta ed all’annientamento di quella che era considerata la più potente fra le nazioni celtiche stanziate al disotto del fiume Po, i Boi. Prima di allora tutta la Valle e pianura Padana, erano considerate dagli stessi romani “Gallia”, il resto del territorio era “Italia”. Si hanno notizie di eroici e sfortunati tentativi di ribellione da parte dei Galli fino all’82 a. C., allorchè la Gallia Cisalpina venne dichiarata provincia romana, ma un’epoca e la possibilità di una alternativa storica erano definitivamente tramontate. I Celti però non scomparvero. Gran parte dei loro combattenti fu incorporato, il più delle volte a forza, nelle legioni romane contribuendo ai successi bellici dell’Urbe, sui nuovi scenari bellici in Gallia Transalpina ed in Britannia. La classe dei produttori si inserì perfettamente nel tessuto sociale italico, portando con sé un nuove tecniche nella lavorazione dei metalli e degli utensili, ricreando il gusto artistico nella ceramica e nella decorazione. I druidi, poco alla volta, accettarono la nuova religione del Cristo, oppure si amalgamarono con la categoria medica, introducendo preziose nozioni e conoscenze nella preparazione dei medicamenti, e di loro si perse, forse, ogni traccia….

SOCIETA’ e RELIGIONE

Storia celtica, mappaAlla base della società celtica c’era la famiglia, non monocellulare perché ne facevano parte integrante gli antenati ed i parenti collaterali oltre ai discendenti diretti. In questo modo, come nel caso del clan scozzese, la famiglia poteva essere costituita da migliaia di individui. In genere veniva riconosciuto un capofamiglia, affiancato da una o più mogli, dai figli, dalle nuore e dai nipoti. I matrimoni avvenivano all’esterno della famiglia e, nel caso dei nobili, all’esterno della tribù detta thuath.
I celti riconoscevano comunque l’autorità di un re. Questi rendeva conto alla classe sacerdotale dei Druidi. Il re veniva di solito scelto fra coloro che si erano guadagnati maggiore stima nella tribù, sempre sotto il controllo dei Druidi. Dopo il Re il maggior prestigio sociale spettava ai nobili, la classe dei dei cavalieri da cui dipendeva la sicurezza della tribù stessa. Considerazione appena minore era riservata agli uomini d’arte che erano le persone esperte nell’interpretazione ed applicazione delle leggi, quanto i poeti, i musicisti e gli artigiani dei quali siamo in grado di riconoscere la straordinaria abilità dai reperti di ferro, bronzo, argento ed oro, portati alla luce dagli scavi archeologici.

Vi era, poi, la massa degli uomini liberi, costituita nella sostanza da contadini e dai piccoli allevatori che corrispondevano al re od a un nobile, dei tributi in natura. Gli schiavi erano i prigionieri.

Il territorio occupato da una Tuath era di solito definito da confini naturali (corsi d’acqua, montagne, colline). All’interno la terra non era suddivisa secondo un criterio di proprietà individuale ma rappresentava un bene comune della famiglia.

I druidi controllavano la vita pubblica e privata. Presiedevano non solo il culto, ma esercitavano la loro autorità anche nella sfera morale e culturale. Erano sacerdoti, astrologi, interpreti dei segni divini, maestri e uomini di scienza. Erano l’elemento unificante nel suo particolarismo tribale e nella estensione geografica.

Periodicamente si tenevano assemblee di druidi appartenenti a tribù diverse, che potevano anche essere in contrasto fra di loro. Erano esonerati dal ogni dovere civile e dal pagamento dei tributi.. quando non celebravano i loro complessi e misteriosi riti, insegnavano all’aperto richiamando molti giovani che (spontaneamente) li ascoltavano. La trasmissione del sapere era essenzialmente orale e basata sul continuo esercizio della memoria. Scopo principale dell’insegnamento druidico era la conoscenza della natura, delle sue energie (telluriche e cosmiche), delle sue leggi, dei suoi ritmi.

La Cerchia si ripropone di rievocare un clan celtico che giunse a Muzzano (BI), ben accolto dalla popolazione locale, in quanto si credeva che gli “stranieri” conoscessero il metodo per estrarre l’oro dal torrente e dalla montagna.
I celti erano alti, rudi e grotteschi, ma le loro donne, rosee e bionde, furono subito odiate ed invidiate dalle donne locali. Gli stranieri ben s’integrarono e decisero di festeggiare la loro presenza in questi luoghi con un banchetto sulle sponde dell’Elvo. Finita la cena iniziarono le danze delle donne nordiche, guardate con sprezzo dalle muzzanesi, e con ardore dagli uomini.
Ad un tratto una giovane locale, dopo aver fissato i piedi delle ragazze che danzavano, ridendo si mise a richiamare l’attenzione dei compaesani: “Guardate! …Guardate! …Le straniere hanno i piedi d’oca! …Guardate come sono belle le donne palmipedi!”. Le ilarità e gli scherni che ne seguirono offesero i forestieri, i quali decisero di abbandonare la loro dimora, un dirupo a picco sull’Elvo chiamato la roccia delle fate, senza rivelare ai muzzanesi le tecniche per ricavare l’oro dalla montagna e dalle acque.

I forestieri dormirono a Muzzano ancora una notte, e gli abitanti del posto decisero di farsi dire con le buone o con le cattive quali fossero queste misteriose tecniche di estrazione dell’oro. All’alba, con mazze e bastoni, arrivarono velocemente alla caverna dove rimasero abbagliati da una luce folgorante. Una luce magica si dipartiva dalla figura di una fanciulla avvolta in un tessuto d’oro, si trattava di una fata.
Dopo lo stupore iniziale, i vilici decisero che si sarebbero impadroniti anche di lei, ma all’improvviso si drizzo accanto alla fata un grosso serpente sibilante che sputava fuoco. I locali si ricordarono a quel punto di una premonizione che annunciava che dei forestieri avrebbero portato con loro una bionda fata dalla quale apprendevano l’arte di estrarre i metalli, ed il grosso serpente era la loro difesa.
Tutti scapparono a gambe levate tornando alle loro case, mentre il sole ardeva già all’orizzonte. Gli stranieri partirono, i muzzanesi li lasciarono andare indisturbati, mentre il serpente rimase ancora qualche tempo a seminare un po’ di terrore, finché anch’esso sparì.