Il territorio occitano è identificabile attraverso l’applicazione di criteri linguistici. L’etnia occitana non ha infatti mai costituito un proprio Stato nazionale unitario. Gli occitanisti si rifanno, per crearsi un precedente “istituzionale”, al 1213; in quell’anno, anche se per pochi mesi, si formò infatti una confederazione pan-occittanica attorno al conte di Barcellona (che era anche conte di Provenza oltre che re d’Aragogna), cui il conte di Tolosa ed altri feudatari minori si sottomisero formalmente.
Questo non vuole affermare che non esiste un territorio occitanico omogeneo, caratterizzato da una lingua ma anche da una cultura, una società ed un economia originali: la nazione occitanica esiste, infatti, da quasi dieci secoli. Proprio per questa ragione l’Occitania costituisce il modello tipico di “nazione proibita” dell’Occidente Europeo: è la “nazione” e, nello stesso tempo, la più “proibita” di tutte (dal corso storico degli eventi e da altre nazioni più forti).
Nei territori occitani si sono da sempre amalgamate: popolazioni, etnie, religioni diverse, dando origine ad un unico popolo “aperto”. Personalmente ritengo occitani tutti coloro che rispettano le ideologie altrui,vivendo appieno la propria vita. Tutte quelle Persone, che seguono i propri ideali e scopi di vita, non intralciano gli ideali altrui e non ne impediscono la libera divulgazione: Tutti coloro che apprezzano la propria libertà di vita e rispettano appieno l’eguale diritto altrui di vivere liberamente ed in armonia con l’intera comunità, sono Occitani.
Geograficamente fanno parte dell’Occitania: il sud della Francia (Mìdi), i comuni “italiani” della Briga Alta (Cuneo), di Olivetta S. Michele (Imperia), le Valli Dora, Germanasca, Chisone, Pellice ed alta Val di Susa (in provincia di Torino); Po, Varaita, Maira, Grana, Stura, Gesso, Vermenagna, Alta Corsaglia, Pesio ed Ellero (in provincia di Cuneo), il principato di Monaco, la valle spagnola d’Aran.
Un po’ di storia: i Celti invadono l’Occitania due volte, in epoche piuttosto lontane tra loro (VII-VI sec e V-IV sec a.C.). Ma non vi saranno mai egemoni: liguri, iberi e baschi sopravviveranno etnicamente fino alla conquista romana. Semmai accadono alcune significative fusioni a livello tribale che portano alla comparsa dei celto-liguri e dei celtiberi.
Nel 123 a.C. inizia la colonizzazione romana (invitati a Marsiglia dai residenti greci che si sentivano minacciati dai celto-liguri), fondando nuove città senza pur alterare troppo gli insediamenti pre-esistenti. Saranno principalmente iberi, liguri, baschi, celto-liguri, greci a diventare rapidamente romani. La colonizzazione romana è in Occitania, un’autocolonizzazione. Nel 128-117 a.C. la parte meridionale della Gallia Transalpina (che corrisponde in parte l’attuale estensione dell’Occitania) è divenuta provincia romana (da cui il nome dell’attuale Provenza) con capitale la città di Narbona (allora sita nell’attuale Linguadoca), sarà così chiamata Gallia Narbonensis. Nel crogiolo occitanico si mescolano successivamente popoli germanici (goti e franchi) e semito-camitici (ebrei e arabo-berberi) che si convertirono spontaneamente alla lingua ed alle culture latine. La Gallia romana si convertì al cristianesimo in maniera più rapida della Gallia barbara (ora Francia settentrionale).
Seguì la caduta dell’impero romano e le invasioni barbariche. I Visigoti che giunsero in Occitania, erano già in larga parte romanizzati mentre i Franchi insediati nel resto di quella che divenne la Francia, mantennero per qualche tempo la loro lingua ed i loro costumi germanici. Tuttavia, a causa della loro religione scelta, i Franchi divennero gli alleati naturali della Chiesa di Roma e si fecero passare di buon grado per il braccio secolare della “vera fede”. Con il pretesto di combattere l’eresia ariana, invasero più volte l’Occitania sconfiggendo nel 507 i Visigoti, senza mai installarvisi ed accontentandosi di saccheggi periodici. I Mussulmani che avevano conquistato la penisola iberica, conquistarono anche parte dell’Occitania. Tuttavia la dominazione mussulmana fu, da tutti i punti di vista, assai tollerante. Arabi, goti e romani fraternizzarono subito accomunati da un vero e proprio patriottismo regionale (non ancora nazionale). I Franchi nel 732 discendono una seconda volta in Occitania. La resistenza degli islamici e dei cristiani, congiunti dall’incipiente patriottismo, fu disperata quanto inutile. I Franchi espugnano e radono al suolo Narbona nel 739, tutta l’Occitania (anche quella Italiana) è conquistata e la popolazione fu drasticamente ridotta dalla ferocia franca.
Dal 870 al 1033 (restaurazione del Sacro Romano Impero), l’Occitania è più volte smembrata divenendo merce di scambio fra le vaie alleanze delle grandi potenze europee fino al 1137 in cui si formano tre grandi Stati “indipendenti” governati dal conte di Barcellona (Catalogna-Aragona-Provenza), dal conte di Tolosa e dal Re di Inghilterra (per l’Aquitania).
Il territorio d’oc, nonostante la divisione politica, forma una sola comunità giuridica ed economica, legata all’Italia e alla penisola iberica anche se rivolta commercialmente all’Europa settentrionale e all’Oriente mediterraneo. L’Occitania di quegli anni è anche una comunità culturale profondamente originale, aperta a ogni genere di rapporto: essa è anche incredibilmente lontana dall’influenza dei grandi centri teologici francesi. L’università autoctona, quella di Montpellier, che risale al XII secolo, è una tipica università europeo-meridionale. La sua facoltà di medicina aveva infatti le sue radici nella scuola salernitana e la sua facoltà di diritto a Bologna. Intensi sono poi i suoi rapporti scientifici col mondo islamico e la diaspora ebraica.
L’ideologia trovadorica, che è l’espressione rivoluzionaria della particolare società occitanica, riverbera poi, attraverso l’imitazione e l’esempio, il proprio messaggio sulla nobiltà feudale e sulla borghesia cittadina. La jòi e il paratge, sono infatti le due nozioni-chiave dell’etica occitanica. Il paratge, cioè l’uguaglianza morale di tutti i componenti di un gruppo sociale, porta con sé, quale seconda faccia, la mercés, cioè la tolleranza. Del resto ariani e cattolici, ebrei e musulmani, erano vissuti insieme, pacificamente, per secoli, su quello stesso territorio. Il gusto della jòi, cioè della gioia di vivere e della sublimazione erotica, aveva informato di sé tutta la società occitanica e preparato il terreno al diffondersi della eresia catara, favorito, appunto, dalla tolleranza e dalla mancanza di contatti con le università cattolico-carolinge del nord e provocato dalla eccessiva rilassatezza dei costumi assai visibile nel clero.
La poesia dei trovadori nasce nel cuore della società occitanica medioevale ed interagisce con le sue caratteristiche, ponendosi addirittura come ideologia “rivoluzionaria”. Esalta anzitutto il privilegio della jovènt, della gioventù, contro la tradizione che attribuiva ai vecchi ogni saggezza, e della jòi, la gioia, contro la contrizione ed il dolore dei cristiani. Poi compie la riabilitazione morale della donna, contro la sua reputazione di essere peccaminoso. Infine riscatta l’adulterio, peccato allora fra i più deprecati, regolandolo e sublimandolo attraverso la fin’amour. Diremo qui, tra parentesi, che la lingua d’oc ha dato al francese, con i trovatori, proprio la parola amour.
Nel primo decennio del 1200 avviene la persecuzione contro gli “eretici Catari”
I Catari, che divennero presto una forte minoranza, si erano diffusi in tutta l’Occitania occidentale (in quella orientale, l’eresia più diffusa era invece quella valdese). La loro fede era, nella sua versione più radicale, rigidamente manichea: il Bene e il Male erano principi eterni, coesistenti e antagonisti.
Il regno del Male era il mondo, la materia, la carne (il non essere), creati da un Dio “straniero”. Il regno del Bene (del Dio “legittimo”) era invece lo spirito (l’essere). L’anima dell’uomo era il campo di lotta tra il Bene e il Male. Soltanto sublimando i propri rapporti col mondo (astenendosi ad esempio dai peccati della carne) l’uomo poteva salvare la propria anima liberandola dalla catena delle reincarnazioni che la teneva legata al mondo. Naturalmente, i Catari avevano un programma massimo e uno minimo. All’interno della loro chiesa erano sicuri di salvarsi soltanto i “perfetti”, i quali praticavano un rigido ascetismo che culminava talvolta nell’endura, il suicidio sacro ottenuto mediante il rifiuto del cibo. I Catari, chiamati anche Albigesi perché assai numerosi nel territorio di Albi, costituivano col loro fervore e la loro estrema coerenza, un esempio e un pericolo per la chiesa ufficiale, sufficientemente corrotta. Il popolo era colpito, certo favorevolmente, da questo esempio di forsennata virtù. L’alta nobiltà e la ricca borghesia cittadina erano, da un lato, conquistate dalla vertiginosa teologia catara, dall’altro alquanto desiderose di mettere le mani sul patrimonio ecclesiastico.
I Catari si ritenevano, del resto, i veri cristiani della loro epoca e si denominavano, infatti, crestiani (catari, cioè “puri”, dal greco katharoi). Condizione preliminare della salvezza dell’uomo era, infatti, anche per loro, la missione di Gesù che, grazie alla Passione, e qui la loro fede li distingueva dalla chiesa ufficiale, aveva meritato di divenire figlio di Dio (del Dio “legittimo”) “per adozione”.
I Catari aderivano alla loro chiesa mediante una sorta di professione di fede: il sacramento del consolamentum, un battesimo spirituale cui si sottoponevano in età adulta e al quale si mantenevano, in genere, scrupolosamente fedeli.
La chiesa di Roma era comprensibilmente preoccupata dallo sviluppo di questa religione concorrente. Priva di un braccio secolare così lungo da superare le Alpi, si appoggiò, come sempre, ai francesi. Per tutto l’anno 1208, gli emissari del Papa predicarono in Francia a crociata contro gli “eretici” (cioè l’invasione dell’Occitania).
I francesi, guidati da Simone di Montfort, si trovarono così di fronte solo le scarse forze di Raimondo Trencavel, visconte di Albi, Béziers e Carcassona, e di Raimondo Ruggero, conte di Foix, che aderivano alla chiesa catara.
Nel 1209 ha luogo la Crociata degli Albigesi. I “crociati” (Franchi) prendono Béziers. Gli abitanti, riuniti nella cattedrale, vengono bruciati vivi, senza distinzione di fede, di sesso o di età. Il genocidio spirituale del popolo d’oc comincia così con un imponente genocidio fisico. Raimondo VI di Tolosa, che era nominalmente il signore di Trencavel, entra allora in guerra contro il Montfort che, però, consolida e amplia la propria conquista rinnovando i massacri. Il legato pontificio, sempre al suo fianco, lo sprona a non andare troppo per il sottile, a non distinguere tra Cattolici e Catari: “Uccideteli tutti, poi Dio sceglierà i suoi…”. Montfort non si fa pregare e scaglia di persona contro le rocce un buon numero di neonati, rei soltanto di essere occitani.
Nel 1213 si compie intanto la breve unificazione occitanica. Il conte di Tolosa e i suoi feudatari, in segreto, giurano obbedienza al potente conte-re catalano Pietro II d’Aragona. Pietro entra subito in guerra contro i francesi. I catalano-occitani si battono, il 12 settembre 1213, a Muret, contro i crociati. La battaglia sarà, inopinatamente, vinta dai crociati e lo stesso Pietro II cadrà sul campo. L’unità occitana è fatta e disfatta nel giro di pochi mesi. I catalani tornano in patria. Le due nazioni saranno divise per sempre.
Nel 1216 gli occitani si sollevano in tutto il territorio. Raimondo VII varca il Rodano e riconquista Tolosa. Gli occitani si battono contro i francesi al grido di “Tolosa e Provença!”. Il vecchio conte Raimondo VI è richiamato dall’esilio aragonese. Simone di Montfort riorganizza le sue forze e attacca Tolosa, sotto le cui mura viene però sconfitto e ucciso nel 1219. “Lo lop es mòrt, visca Tolosa ciutat radiosa!” (Il lupo è morto, viva Tolosa città radiosa!) grida il popolo esultante.
Luigi VIII invade con un nuovo, poderoso esercito l’Occitania, conquistando Avignone, rifugio di catari e valdesi.
Nel 1242, Raimondo VII rialza però la testa. Fa giustiziare gli inquisitori reali di Avignone e riprende, a Narbona, il proprio titolo. Si allea col re d’Inghilterra (sovrano dell’Aquitania), con l’imperatore germanico (sovrano formale della Provenza) e col re di Aragona. Dopo una prima sconfitta nel Poitou, la lega si sfalda però come neve al sole.
I francesi continuano la caccia agli eretici sul territorio conquistato. Nel 1244 cade, sembra con l’aiuto di montanari baschi, il castello di Montsegur, dove si erano ritirati 200 “perfetti” col seguito. Verranno tutti arsi vivi in una radura vicina, chiamata ancora “lo prat dels cremants” (il prato dei bruciati). La caduta di Montsegur segna, per gli storici, la fine della Crociata degli Albigesi. Si sa tuttavia che l’ultimo ridotto cataro a cadere fu Queribus, nel maggio 1255. Si calcola che gli occitani morti in conseguenza della crociata siano stati almeno 400.000 (quasi un sesto della popolazione).
Nel 1246 avviene anche l’”Anschluss” della Provenza. Beatrice, ereditiera della contea, viene fatta sposare a Carlo d’Angiò, parente del re di Francia. Le città provenzali si rifiutano di riconoscere il nuovo sovrano per timore di perdere le proprie libertà municipali. Carlo “pacifica” ad una ad una, naturalmente con le armi, Arles, Aix, Marsiglia… La resistenza provenzale dura, comunque, dieci anni.
La guerra dei Cent’anni (1338-1453) non è stata soltanto una guerra tra la Francia e l’Inghilterra, ma anche una lunga lotta di resistenza degli occitani occidentali contro l’annessionismo francese. E’ un esercito guascone, e non inglese, quello che, dopo tante vittorie, viene disfatto dai francesi a Castillon, nel 1453.
I secoli seguenti sono testimoni di continue rivolte degli occitani verso i sovrani che ne diminuivano la libertà.
Un altro elemento di opposizione costante alla politica francese, rappresentata dai governatori, è costituito dal popolo, il quale scatena tutta una serie di rivolte contro il malgoverno e la miseria, la più importante delle quali è quella dei “cròcants” (da “cròc”, uncino, la loro arma preferita: 1594-95), diffusa in tutta l’Occitania nord-occidentale e non priva di una vena ideologica protestante.
Nel 1630, Richelieu, che ha bisogno di fondi per la politica militare del re, allinea i “Pays d’Etats” allo stesso regime fiscale della Francia. I “cascaveus” (“campanelli”: portavano infatti un bubbolo al braccio) provenzali si rivoltano immediatamente e costringono Richelieu a rimangiarsi la sua decisione. In Linguadoca è lo stesso governatore francese, Montmorency, a mettersi alla testa della rivolta che scoppia nel 1632. Dopo alcune fortunate battaglie, Montmorency viene fatto prigioniero dai francesi e “giustiziato” a Tolosa. La sua morte sarà pianta dagli occitani come quella di un eroe nazionale.
Fu l’editto di Nantes a trasformare l’Occitania in un rifugio legale per gli Ugonotti. Oltre a una certa immigrazione, si verificò così anche una lunga serie di conversioni alla fede calvinista. Il regno di Navarra assunse addirittura questa fede quale religione di Stato. Vasti territori d’oc divennero protestanti (ugonotti).
Nel 1620, Luigi XIII, alla testa di un’armata, impose, in barba al voto contrario degli Stati bearnesi, l’annessione diretta della Navarra alla Francia e annegò nel sangue una rivolta protestante.
Fu il primo passo. Nel 1685, la revoca dell’editto di Nantes segnò l’inizio delle persecuzioni massicce contro i protestanti: le cosiddette “dragonnades”.
I “camisards”, questi guerriglieri protestanti che parlavano occitanico e si battevano contro i francesi in maniche di camicia, furono eliminati soltanto nel 1710, dopo una repressione spietata che mieté un numero spropositato di vittime e spopolò una intera regione.
Gli avvenimenti del 1789 scatenano l’entusiasmo degli occitani. Il vecchio ideale di libertà e di progresso, sempre perseguito con le motivazioni ideologiche più diverse e mai raggiunto, sembra a un passo dalla sua realizzazione.
Il colpo di Stato del marzo del 1793, che porta Robespierre al potere (e dietro di lui l’alleanza della piccola borghesia e del “popolo”) provoca un’immediata risposta in Occitania: la sollevazione girondina.
L’ideologia girondina, moderatamente federalista, era, del resto, condivisa in altre regioni “francesi”: in Normandia e a Lione, per esempio. Essa era tuttavia forte soprattutto in Occitania: e una motivazione nazionale occitanica, magari inconscia, certamente esisteva sul fondo. Infatti, la borghesia d’oc aderì subito all’appello di Vernhaud (Vergniaud), un politico limosino che riteneva giunto il momento di studiare “le misure da prendersi per formare, con i 24 dipartimenti del “Midi”, una repubblica federativa che vada da Bordeaux a Lione”. I Giacobini mandano subito un corpo di spedizione in Occitania. Tolone viene conquistata, Parigi ha vinto ancora una volta.
L’Occitania appoggerà sempre i movimenti “rivoluzionari” che tenteranno di conferirle una propria autonomia nazionale ma verrà più volte tradita dalla mancanza dell’appoggio popolare. I suoi abitanti , infatti, sono sempre stati più portati allo scambio fraterno e culturale non riuscendo a darsi un organizzazione unitaria politica.
Solo ultimamente, con la caduta delle frontiere europee, l’Occitania sta prendendo una coscienza di Stato unitario ed indipendente.
A differenza del “fratelli” baschi, non sono le bombe a far parlare della voglia di autonomia, ma la musica, le danze, la poesia. L’ideologia di uguaglianza, di rispetto della libertà sono scritte sulla bandiera rossa con la croce gialla.
Forte è l’ideologia anti-globalizzazione presente nel cuore degli occitani. Nel pastore occitano Bovè (della regione del roquefort) si è avuto il massimo espressionismo del nostro dissenso nel rendere tutto e tutti uguali (si ricordi che Bovè è stato arrestato in Francia dopo aver “invaso” e “smontato” un Mc. Donalds).
Ma per noi, che non sappiamo odiare, che sappiamo tollerare, che per primi nel mondo abbiamo avuto un conte medioevale che si è chinato innanzi alla propria dama affermando di essere il suo vassallo… quale può essere la forma di riconquista della propria autonomia? La divulgazione della nostra cultura, della nostra musica, delle nostre danze e della nostra storia.
Ecco il perché di questo gruppo storico, che con un drappello d’onore, porta alla vostra conoscenza la gloriosa bandiera occitana, vi invita a sorridere alla sua musica ed a partecipare alle sue danze pregne di significati sentimentali ed amorosi.
“W lhi occitan!”